Quando si passeggia per le strade italiane, ci si imbatte spesso in zone verdi comunali definite da spazi erbosi, qualche albero sparso qua e là insieme a delle panchine e, quando attrezzato, un parco giochi composto da scivoli, altalene e poco più. Sono spazi rassicuranti, funzionali, ma spesso anonimi e poco frequentati. Certamente non offendono nessuno, ma sicuramente non emozionano e non coinvolgono abbastanza.

Copenaghen: il parco resiliente di SLA che trasforma il verde urbano

Acqua, natura e progetto climatico
Quello che è ancora più sorprendente è che questo parco non sia stato disegnato seguendo canoni estetici accattivanti, ma ha un design radicale, dove è la natura a impartire le regole, diventandone la vera protagonista. Tutto ciò nasce dall’incontro virtuoso tra due visioni allineate: da un lato, le scelte politiche della municipalità di Copenaghen in materia di adattamento climatico; dall’altro, la filosofia progettuale di SLA Architects, basata sulle nature-based solutions. Per comprendere appieno questa sintesi, è necessario tornare al 2 luglio 2011, quando un violento nubifragio si abbatté su Copenaghen, provocando danni per oltre un miliardo di euro.
A differenza di quanto spesso accade altrove, quell’evento non fu ignorato, ma divenne un punto di svolta. L’acqua, da elemento problematico, si trasformò in un’opportunità per ripensare la città. Nacquero strumenti come il Cloudburst Management Plan del 2012, che stabiliva una strategia chiara: non potendo proteggere completamente la città dagli eventi estremi, era prioritario ridurre la vulnerabilità urbana, dando la precedenza all’adattamento. L’obiettivo divenne rendere più permeabile lo spazio urbano, adottando soluzioni che avessero anche risvolti sociali e di sviluppo.
In questo quadro si è passati dal grigio del cemento al verde della vegetazione e al blu dell’acqua. È in questo contesto che s’inserisce il lavoro di SLA Architects, studio con sedi a Copenaghen, Aarhus e Oslo, la cui missione è “progettare luoghi per la vita. Tutta la vita”. Il loro approccio, definito nature-based design, unisce conoscenza scientifica (biologica, ecologica, antropologica) e ambizione artistica. Per SLA, la natura non è uno sfondo estetico, ma l’infrastruttura vivente che rende le città più resilienti e sane. Una filosofia già sperimentata in progetti come piazza Tåsinge-Plads, considerata la prima piazza resiliente al mondo. Ed è proprio questa visione che ha guidato la progettazione del Grønningen-Bispeparken.

Bioswales e rigenerazione: il parco come sistema attivo
Più che progettazione, bisognerebbe parlare di rigenerazione. Questo perché il parco è figlio di uno dei maestri modernisti dell’architettura del paesaggio, C.Th. Sørensen. I suoi progetti favoriscono la semplicità e usano le piante per effetto scultoreo, senza alcun bisogno di mille specie diverse. Il giardino era considerato un insieme di stanze, delimitate da elementi vegetali, con il cielo come soffitto. Questo parco di natura modernista era stato concepito come uno spazio ornamentale per la classe operaia.
Col tempo, però, le aree verdi originali sono cadute in uno stato di degrado e insicurezza, prive di attività, utilizzi o aree gioco per i bambini e i residenti; il prato esistente non era in grado di gestire o trattenere l’acqua piovana, creando vere e proprie autostrade dell’acqua durante i temporali, ed era inoltre molto povero di varietà vegetale, fauna selvatica e biodiversità.

SLA ha quindi ripreso alcuni elementi e lo ha trasformato, con pieno rispetto, in un parco ecologico del XXI secolo, comprendendo i bisogni e le aspirazioni di una città moderna. Se da una parte le vedute verso la famosa Chiesa di Grundtvig (che era l’elemento distintivo del parco originale di Sørensen) sono state preservate, progettando i diversi elementi in modo tale da incorniciarla, dall’altra hanno lasciato che la forma del parco seguisse i processi della natura. In questo modo lo studio danese ha sviluppato una serie di 18 bioswales (vasche di drenaggio naturale) attraverso la rimodellazione del terreno con pendenze in grado di raccogliere, contenere e infiltrare più di 3.000 m³ di acqua piovana che cade nel parco e nei cortili e strade adiacenti.
Di queste vasche drenanti, il parco ne presenta cinque tipologie principali, progettate in base alle loro funzioni climatiche e sociali: le Oasi Biologiche, zone umide dove natura e fauna selvatica hanno la precedenza; i biotopi secchi chiamati Between the Trunks (letteralmente Tra i Tronchi) per il gioco intimo e il relax; i Prati Comuni, zone più ampie e asciutte per sport, mercati contadini, cene di comunità ed eventi; le piccole Piazze Tascabili urbane per la sosta informale e la socializzazione tra gli edifici; e infine le Colline del Bunker, che trasformano i vecchi bunker sotterranei della Guerra Fredda in luoghi sociali flessibili, dal prendere il sole serale in estate allo slittino e allo sci in inverno.

Un nuovo modello per il verde urbano
È così che queste bioswales si trasformano anche in social-swales, offrendo al parco una serie di luoghi d’incontro ludici, ricchi di natura e sicuri per la comunità. Ciò che connette il tutto è un percorso sinuoso che si snoda con diverse ampiezze, trasformandosi per riavvicinarsi sempre di più a un concetto naturalistico; infatti, in alcuni punti presenta pendenze non troppo comode o standard per la fruibilità umana e in altri addirittura si dissolve, rimanendo visibile solo attraverso l’erba tagliata e piccoli paletti luminosi. I tracciati asfaltati esistenti sono stati rimossi e sostituiti con materiali più caldi, che corrispondono all’ambiente circostante: non solo i percorsi, ma anche piazzette e arredi sono realizzati con piastrelle gialle, ispirate agli edifici circostanti e alla Chiesa di Grundtvig.

Altri materiali sono stati riciclati e riutilizzati dai materiali in eccedenza della città di Copenaghen, per ridurre il più possibile l’impronta di carbonio del progetto. La sensibilità nella scelta dei materiali si riflette anche nella progettazione dell’apparato vegetale. Sono stati aggiunti, infatti, 149 alberi di 23 specie diverse e autoctone e più di 4 milioni di semi di miscele appositamente studiate, conservando gli olivelli spinosi (Hippophae rhamnoides) storici del parco, creando una composizione vegetale più varia, biodiversa e resiliente.
Attraverso un piano di manutenzione dinamico, il parco sarà bilanciato tra il selvatico e l’ordinato per creare condizioni di vita ottimali, sia sociali che biologiche, per gli esseri umani così come per le piante e la fauna selvatica. Parallelamente alla progettazione del nuovo parco, il Consiglio Nazionale delle Arti della Danimarca ha commissionato all’artista Kerstin Bergendal un intervento artistico sperimentale quadriennale. Il suo progetto, Concerning A Meadow, si è svolto in uno spazio interstiziale tra pianificazione territoriale, coinvolgimento dei cittadini e un nuovo mandato per l’arte pubblica. In quanto tale, ha offerto ai pianificatori della città, al Social Design Team interno di SLA e ai residenti locali un processo parallelo per lo scambio informale e non programmato di conoscenze riguardanti il parco.

L’artista, insieme al piccolo studio di paesaggio Efterland, ha inoltre aggiunto una serie di strutture in legno, perfettamente integrate nel tessuto naturale del parco, offrendo a bambini e adulti diverse opportunità di gioco, attività fisica e socializzazione. Eppure, nonostante i risultati e i prestigiosi riconoscimenti, raccontare questo progetto non è stato affatto scontato. Kristoffer Holm Pedersen, communications director di SLA, ha raccontato su Landezine che, quando proposero Grønningen-Bispeparken alle testate di architettura, nessuna voleva pubblicarlo. Il motivo? Il parco non rispondeva ai canoni estetici dominanti: niente forme spettacolari da ridurre a un’immagine iconica, nessuna concessione al consumo visivo rapido tipico dei social media.

Fu solo dopo che il progetto iniziò a ricevere attenzione sulle piattaforme specializzate in paesaggio e a vincere premi internazionali che l’architettura mainstream se ne accorse. La riflessione di Pedersen va però oltre il caso specifico: il problema non è solo di visibilità, ma di come definiamo l’architettura stessa. Perché il paesaggio, come scrive Pedersen, “non si presta al consumo istantaneo. Resiste a essere ridotto a una singola immagine. Si svela nel tempo. È stagionale, stratificato, lento”. E aggiunge: “Gli alberi sopravviveranno alle torri. Il suolo rimarrà quando il cemento si sarà crepato”. Una frase che racchiude una verità profonda: le infrastrutture verdi, proprio come i bioswales di Grønningen-Bispeparken, lavorano per decenni, non per qualche secondo di scrolling. Del resto, i fatti parlano chiaro. Il parco è stato inaugurato il 31 agosto 2024.

Solo cinque giorni dopo, un forte temporale ha colpito Copenaghen allagando autostrade e infrastrutture. Ma a Grønningen-Bispeparken, la pioggia ha reso il parco solo più bello, sensuale e rigoglioso, mentre le case e le strade circostanti sono rimaste perfettamente asciutte. Questa riflessione riporta al punto di partenza: i nostri giardini comunali anonimi sono il risultato di un’idea di verde decorativo che non sperimenta, non si mette in discussione. Un’idea che privilegia l’apparenza alla sostanza (e spesso neanche l’apparenza). Forse, per trarre insegnamento da Copenaghen, bisogna prima cambiare sguardo. E domandarsi: un parco deve limitarsi a essere fotogenico o deve funzionare davvero per chi lo vive? Grønningen-Bispeparken ha già offerto una risposta chiara. Sta a noi, progettisti e cittadini, scegliere se coglierla.
di Luca Sandrini
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