L’Istituto Nazionale di Urbanistica interviene sulla bozza del Piano Nazionale di Ripristino (PNR), lo strumento con cui l’Italia dovrà attuare il Regolamento europeo 2024/1991 sul Ripristino della Natura. Nel documento trasmesso nell’ambito della consultazione pubblica promossa da ISPRA, l’INU sostiene con convinzione gli obiettivi del Piano ma avverte: senza un maggiore coordinamento con gli strumenti urbanistici locali e senza una metodologia più solida per la tutela delle aree verdi urbane, il rischio è quello di generare criticità giuridiche e operative.
Un’occasione per ripensare l’urbanistica
Secondo l’INU, il Piano Nazionale di Ripristino rappresenta una delle più importanti opportunità degli ultimi anni per orientare le politiche urbane verso la rigenerazione e la resilienza ambientale. Il Regolamento europeo sul ripristino della natura introduce infatti obiettivi vincolanti per tutti gli Stati membri e, nel caso delle città, può favorire un modello fondato su consumo di suolo zero, de-impermeabilizzazione delle superfici artificiali, incremento della copertura arborea, recupero degli ecosistemi e diffusione delle Nature-Based Solutions. Per l’Istituto, tuttavia, l’efficacia del Piano dipenderà dalla sua capacità di integrarsi con gli strumenti ordinari di pianificazione territoriale e urbanistica, evitando di trasformarsi in un ulteriore strumento settoriale destinato successivamente a richiedere complessi adeguamenti dei piani esistenti.
Le Zone di Ecosistemi Urbani coinvolgono oltre l’80% degli italiani
Uno degli aspetti evidenziati nel documento riguarda la portata della misura. L’articolo 8 del Regolamento europeo concentra l’azione sulle Zone di Ecosistemi Urbani (ZEU), individuate secondo la metodologia Eurostat Degurba. Nella bozza del PNR questa classificazione interessa 2.761 comuni italiani, pari a oltre 11 milioni di ettari di territorio nazionale, dove vive circa l’82% della popolazione. Si tratta quindi di una disciplina destinata a incidere profondamente sulla pianificazione urbanistica, territoriale e paesaggistica di una parte molto consistente del Paese.
Il nodo dei vincoli sulle aree verdi urbane
La principale criticità individuata dall’INU riguarda l’applicazione degli obiettivi relativi agli spazi verdi urbani (UGS) e alla copertura arborea urbana (UTC). Il Piano recepisce l’obbligo europeo di non ridurre, rispetto ai livelli del 2024, né le superfici verdi urbane né la copertura arborea. L’Istituto condivide pienamente il principio, ma contesta il fatto che la bozza attribuisca immediata efficacia prescrittiva alle aree individuate come UGS attraverso elaborazioni satellitari.
Nel documento si sottolinea come i dati derivanti dai programmi Copernicus e dai futuri sviluppi della costellazione IRIDE siano strumenti adeguati per il monitoraggio nazionale, ma non sufficientemente precisi per produrre automaticamente vincoli urbanistici a scala comunale. La classificazione delle superfici sarebbe infatti basata su elaborazioni che presentano margini di errore sia geometrici sia tematici, con possibili conseguenze sui diritti edificatori già riconosciuti dagli strumenti urbanistici vigenti.
Per l’INU, la tutela delle aree verdi richiede invece una precisa identificazione catastale e urbanistica dei terreni, accompagnata da una valutazione delle loro qualità ambientali, paesaggistiche ed ecosistemiche. Per questo il dataset nazionale dovrebbe avere un ruolo prevalentemente conoscitivo e di indirizzo, mentre la definizione finale delle aree da tutelare dovrebbe essere affidata ai Comuni attraverso specifiche varianti urbanistiche.
Transizione graduale per evitare contenziosi
Altro punto particolarmente delicato riguarda l’assenza di una disciplina transitoria. Secondo l’associazione, l’entrata in vigore immediata delle prescrizioni previste dal PNR potrebbe avere effetti su previsioni urbanistiche già approvate, convenzioni sottoscritte e procedimenti amministrativi in corso o addirittura conclusi. Per questo l’INU propone una fase di gradualità che consenta agli enti locali di adeguare i propri strumenti di pianificazione senza creare incertezza giuridica e senza compromettere diritti acquisiti.
Compensazioni: non basta sostituire un’area con un’altra
Ampio spazio nelle osservazioni viene dedicato anche al sistema delle compensazioni ambientali. L’INU rileva che la bozza del Piano oscilla tra il principio dell’equivalenza ecologica e criteri prevalentemente quantitativi. Il semplice rimpiazzo di una superficie verde con un’altra di uguale estensione, osserva l’Istituto, non garantisce automaticamente il mantenimento delle funzioni ecosistemiche.
La proposta è quella di introdurre una metodologia nazionale di valutazione qualitativa del valore ecosistemico dei suoli urbani. Solo attraverso criteri condivisi sarà possibile distinguere le aree effettivamente strategiche da conservare da quelle che, pur restando libere, potrebbero essere oggetto di interventi di rinaturalizzazione più efficaci per la costruzione di reti ecologiche urbane.
L’INU sottolinea inoltre che la pianificazione del verde non dovrebbe ridursi a una semplice contabilità delle superfici, ma considerare continuità ecologica, biodiversità, accessibilità pubblica, resilienza climatica, valori paesaggistici e capacità gestionale nel lungo periodo.
Una visione sovracomunale delle reti ecologiche
Nel documento emerge anche la richiesta di una maggiore attenzione alla scala territoriale vasta. Pur ritenendo corretto che le compensazioni vengano normalmente realizzate all’interno dello stesso Comune, l’INU ricorda che nelle aree metropolitane e nei sistemi urbani policentrici i servizi ecosistemici operano ben oltre i confini amministrativi. Per questo propone di consentire a Regioni, Province e Città metropolitane di individuare ambiti ecologici funzionali all’interno dei quali concentrare investimenti e interventi su corridoi ecologici strategici, infrastrutture verdi e blu e grandi sistemi ambientali.
Monitoraggio ISPRA e supporto ai Comuni
L’Istituto riconosce che un maggiore ruolo della pianificazione locale potrebbe comportare ritardi nell’attuazione del Piano. Per questo propone di affiancare alle attività comunali un sistema nazionale di monitoraggio gestito da ISPRA, accompagnato da strumenti di verifica dei risultati e da meccanismi di responsabilizzazione degli enti competenti.
Ugualmente importante, secondo l’INU, è la predisposizione di programmi strutturati di assistenza tecnica, formazione e supporto operativo, soprattutto considerando che la valutazione ecosistemica del verde urbano non è ancora una pratica consolidata in tutti i comuni italiani.
La sfida: integrare natura e governo del territorio
Nel complesso, la posizione dell’INU non mette in discussione gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripristino, ma richiama la necessità di trasformare i principi del Regolamento europeo in strumenti concretamente applicabili. La richiesta è quella di un modello fondato sulla collaborazione tra Stato, ISPRA ed enti locali, in cui le tutele ambientali siano supportate da dati affidabili, pianificazione urbanistica puntuale e una visione integrata delle reti ecologiche e delle trasformazioni urbane.
In gioco non c’è soltanto la conservazione del verde urbano, ma la capacità del Paese di utilizzare la Nature Restoration Law come leva per una nuova stagione di rigenerazione urbana e territoriale.
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