Per decenni il surriscaldamento urbano è stato considerato un problema ambientale tra molti altri. Oggi è diventato una delle principali questioni economiche, sanitarie e progettuali del XXI secolo.
di Livia Randaccio
Le temperature record registrate negli ultimi anni in Europa, in Italia e nelle grandi metropoli mondiali hanno trasformato le città in veri e propri laboratori climatici. Cemento, asfalto e superfici impermeabili accumulano energia durante il giorno e la rilasciano nelle ore notturne, amplificando il fenomeno delle isole di calore urbane, che può determinare differenze di temperatura fino a 10 gradi rispetto alle aree rurali circostanti.

Per il Joint Research Centre della Commissione Europea, quasi la metà delle città del pianeta è oggi esposta a livelli crescenti di stress termico, con effetti diretti sulla salute pubblica, sul funzionamento delle infrastrutture, sui consumi energetici e sulla produttività economica. Da qui la nascita di una nuova disciplina che unisce urbanistica, architettura, climatologia e salute pubblica: la progettazione climatica delle città.

Dall’Europa all’Onu: il caldo entra nelle politiche urbane

A livello europeo la questione è ormai diventata una priorità strategica. La Commissione Europea, attraverso la Missione Ue per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici, sta supportando centinaia di città e territori nello sviluppo di piani di resilienza climatica capaci di affrontare fenomeni come ondate di calore, siccità e allagamenti urbani. L’obiettivo è costruire comunità più resilienti entro il 2030 attraverso interventi strutturali e non emergenziali. 

Anche il programma europeo Climate-ADAPT, coordinato dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, promuove strumenti per la pianificazione urbana adattiva, individuando nella riduzione delle superfici impermeabili, nell’incremento delle infrastrutture verdi e nella rinaturalizzazione degli spazi urbani alcune delle principali leve di intervento. 

Sul fronte globale, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) considera il raffrescamento delle città una delle grandi sfide climatiche del secolo. Secondo l’organizzazione, le aree urbane si stanno riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale e senza interventi adeguati entro il 2050 oltre 1,6 miliardi di abitanti saranno esposti a condizioni estreme di calore. 

L’UNEP ha sviluppato il manuale internazionale“Beating the Heat: Sustainable Cooling Handbook for Cities”, una guida destinata ad amministrazioni e progettisti che propone soluzioni integrate: ombreggiamento urbano, foreste urbane, materiali ad alta riflettanza, coperture verdi, ventilazione naturale e sistemi di raffrescamento sostenibile. 

Anche UN-Habitat, il programma delle Nazioni Unite dedicato agli insediamenti umani, ha posto il tema al centro delle proprie attività, evidenziando come il contrasto al calore urbano rappresenti ormai una necessità sociale oltre che ambientale, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione. 

Italia: dal rischio sanitario alla trasformazione urbana

In Italia l’impegno istituzionale è stato inizialmente guidato dalla tutela della salute. Il Ministero della Salute coordina dal 2005 il Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute, che coinvolge decine di città italiane mediante sistemi previsionali dedicati e strategie di prevenzione rivolte alle categorie più fragili. Negli ultimi anni, tuttavia, il tema si è spostato progressivamente dall’ambito sanitario a quello urbanistico.

Molti piani urbani stanno introducendo criteri climatici che riguardano l’incremento della copertura arborea, la creazione di corridoi ecologici, la permeabilizzazione dei suoli e la riduzione delle superfici asfaltate. Non si tratta più soltanto di gestire le emergenze estive ma di ripensare la struttura stessa delle città. 

Visioni: la foresta urbana come infrastruttura climatica

Tra gli architetti che più hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra città e clima spicca Stefano Boeri. Il suo approccio parte da una convinzione precisa: il verde non è un arredo urbano ma una vera infrastruttura ambientale. Dal Bosco Verticale alle strategie di urban forestry sviluppate a livello internazionale, la vegetazione viene considerata uno strumento attivo per migliorare il microclima, assorbire CO₂, ridurre l’inquinamento atmosferico e contrastare le isole di calore. Per Boeri le città, responsabili di gran parte delle emissioni globali, possono diventare parte della soluzione climatica proprio aumentando la presenza di alberi e foreste urbane. 

Stefano Boeri | Architetto e fondatore di Stefano Boeri Architetti

«Incrementare foreste e alberi nelle città del mondo può aiutare ad assorbire CO₂, ridurre l’inquinamento, diminuire il consumo energetico e contrastare l’effetto isola di calore urbano, migliorando la qualità della vita».

Il raffrescamento, nuova infrastruttura urbana

Diverso ma complementare è l’approccio di Carlo Ratti, direttore del Senseable City Lab del MIT e curatore della Biennale Architettura di Venezia 2025. Ratti ritiene che gran parte delle città contemporanee sia stata progettata per un clima che non esiste più. Per questo propone un modello capace di integrare intelligenza artificiale, dati ambientali e tradizioni costruttive storiche. Nel suo pensiero, la risposta non può essere affidata esclusivamente all’aria condizionata, che aumenta consumi energetici e dispersione di calore nello spazio pubblico. Occorre invece intervenire sulla forma urbana, sul verde, sull’ombreggiamento e sulla ventilazione naturale. 

Carlo Ratti | Direttore MIT Senseable City Lab e curatore Biennale Architettura 2025

«Nelle città colpite dalle ondate di calore, il raffrescamento deve essere considerato un’infrastruttura e non un semplice elettrodomestico. Il calore non è una previsione futura, è già la nostra realtà».

Per il progettista torinese il futuro appartiene a edifici e quartieri in grado di adattarsi dinamicamente alle condizioni climatiche, recuperando principi antichi come ombra, ventilazione trasversale e massa termica integrati con tecnologie intelligenti.

Città sane, resilienti e misurabili

Sir Norman Foster affronta il tema da una prospettiva più ampia che collega clima, salute e qualità urbana. Attraverso la Norman Foster Foundation e il programma Sustainable Cities, promuove modelli di pianificazione che uniscono resilienza climatica e benessere collettivo. Per Foster la lotta alle ondate di calore passa dalla progettazione di spazi pubblici più vivibili, reti verdi urbane e quartieri capaci di garantire comfort climatico e inclusione sociale. L’architetto britannico sostiene che la città debba essere valutata attraverso parametri misurabili, collegando direttamente gli interventi urbanistici alla salute dei cittadini e alle prestazioni ambientali. 

Norman Foster | Presidente Norman Foster Foundation

«Le città sono la più grande invenzione dell’umanità. In un’epoca di cambiamento climatico, progettazione sostenibile e buona governance sono essenziali per migliorare concretamente la qualità della vita urbana». 

Come cambieranno le città

Le strategie individuate dalle istituzioni internazionali e dai principali protagonisti dell’architettura convergono su alcuni punti chiave:

  • forestazione urbana diffusa;
  • tetti e facciate verdi;
  • pavimentazioni fredde e riflettenti;
  • riduzione dell’asfalto;
  • aumento delle superfici permeabili;
  • corridoi di ventilazione naturale;
  • infrastrutture blu legate all’acqua;
  • ombreggiamento sistematico di piazze e percorsi pedonali;
  • monitoraggio climatico in tempo reale. 

La partita contro le isole di calore non si giocherà soltanto con nuovi alberi o nuove tecnologie. Si giocherà soprattutto sul modo in cui verranno progettati i quartieri, gli spazi pubblici e gli edifici dei prossimi decenni. Perché la sostenibilità urbana passa anche dalla capacità delle città di restare vivibili durante le estati più estreme.


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