Costruzioni e crisi di liquidità: quando avere più commesse aumenta il rischio

di Giuseppe Ruggiu | Come può un’impresa entrare in crisi proprio nel momento in cui ha più lavoro che mai? È una domanda apparentemente paradossale. Nell’immaginario collettivo le crisi arrivano quando mancano gli ordini, quando i cantieri si fermano, quando il mercato rallenta. Oggi sta accadendo qualcosa di diverso. Alcune delle principali imprese di costruzione italiane stanno attraversando importanti tensioni finanziarie proprio dopo aver acquisito un numero straordinario di commesse.
Le vicende che hanno coinvolto Rizzani De Eccher, Italiana Costruzioni e Manelli non sono identiche. Ma forse non è questo il punto. Osservate nel loro insieme raccontano una trasformazione che interessa l’intero settore delle costruzioni e che merita una riflessione più ampia.
Per molti anni abbiamo interpretato la crescita del comparto attraverso un indicatore apparentemente semplice: più lavori significavano più salute. Il Superbonus prima e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza poi hanno prodotto un’espansione senza precedenti degli investimenti pubblici e privati.
Le imprese hanno fatto esattamente ciò che il mercato chiedeva loro di fare: partecipare alle gare, acquisire lavori, aumentare la capacità produttiva. Il risultato è stato un settore con un portafoglio ordini mai così ricco. Eppure, qualcosa si è incrinato.
Pnrr e cantieri: il paradosso della crescita nel settore delle costruzioni
Il motivo è che le costruzioni sono probabilmente il settore industriale nel quale esiste il maggiore disallineamento tra tempi produttivi e tempi finanziari. Il cantiere richiede risorse immediatamente. Materiali, personale, trasporti, impianti, subappalti, energia e servizi devono essere finanziati oggi. I ricavi, invece, arrivano molto dopo. Ogni nuovo contratto non produce immediatamente liquidità. Al contrario, la assorbe.
Quanto maggiore diventa il numero dei cantieri aperti contemporaneamente, tanto maggiore diventa il capitale necessario per sostenerli. È qui che si manifesta il paradosso. Una crescita troppo rapida può diventare essa stessa un fattore di fragilità.
Basta che si sommino alcuni elementi – aumento dei costi, ritardi nei Sal, contenziosi, riserve, rallentamenti autorizzativi o tensioni bancarie – perché una struttura finanziariamente già molto impegnata perda rapidamente equilibrio. Non è una crisi di domanda. È una crisi di sincronizzazione tra economia reale e finanza. Ed è probabilmente destinata a diventare uno dei temi centrali dei prossimi anni.
Calcestruzzo e filiera edilizia: il rischio si trasferisce ai fornitori
Questa dinamica, tuttavia, non riguarda soltanto le grandi imprese. Ogni general contractor rappresenta il centro di una rete composta da centinaia di fornitori. Quando il nodo principale rallenta, la tensione finanziaria si propaga lungo tutta la catena del valore.
Per il settore del calcestruzzo il problema assume caratteristiche ancora più marcate. Il calcestruzzo viene prodotto su commessa, consegnato e immediatamente incorporato nell’opera. L’impresa produttrice sostiene integralmente i costi industriali prima ancora di emettere la fattura. Una volta effettuata la consegna, il valore economico della fornitura dipende esclusivamente dalla capacità del cliente di pagare.
Non esiste magazzino. Non esiste possibilità di recuperare il prodotto. Non esiste un mercato alternativo sul quale riallocare la fornitura. Il rischio commerciale coincide quasi perfettamente con il rischio finanziario del cantiere.
Sostenibilità finanziaria della filiera: la nuova sfida per le costruzioni
Per molti anni il settore ha concentrato la propria attenzione sulla sostenibilità ambientale. È stato giusto farlo. Riduzione delle emissioni, economia circolare, digitalizzazione, durabilità e innovazione continueranno a rappresentare obiettivi imprescindibili. Ma accanto alla sostenibilità ambientale sta emergendo una diversa forma di sostenibilità: la sostenibilità finanziaria della filiera. Una filiera nella quale il rischio tende progressivamente a trasferirsi verso gli operatori che dispongono di una minore capacità patrimoniale ma che garantiscono quotidianamente la continuità produttiva dei cantieri. È una trasformazione che modifica anche il concetto stesso di competitività.
Dalla produzione alla finanza: come cambia la competitività delle imprese
Non basterà più produrre bene. Occorrerà selezionare meglio il rischio. Monitorare la solidità economica dei clienti. Diversificare il portafoglio. Utilizzare strumenti di assicurazione del credito. Gestire il capitale circolante con la stessa attenzione con cui si gestiscono gli impianti produttivi.
In altre parole, la finanza diventerà sempre più una leva industriale. Le recenti analisi economiche sul comparto mostrano come il prezzo continui a rappresentare il principale criterio di scelta dei fornitori, seguito dall’affidabilità operativa e dal supporto tecnico. Forse, però, il mercato sta entrando in una nuova fase. Una fase nella quale anche la solidità finanziaria degli operatori diventerà un fattore competitivo. Perché una filiera non è sostenibile soltanto quando riduce il proprio impatto ambientale. Lo è anche quando riesce a distribuire in modo equilibrato rischi, tempi di pagamento e fabbisogni finanziari.
La domanda chiave per il futuro del settore
Negli ultimi anni ci siamo chiesti se il sistema fosse in grado di produrre abbastanza calcestruzzo per sostenere la straordinaria domanda generata dal Pnrr. Oggi forse dovremmo porci una domanda diversa.
Il sistema è finanziariamente in grado di sostenere il volume di opere che ha messo in cantiere? Se questa domanda non troverà una risposta convincente, il tema non riguarderà soltanto alcune grandi imprese. Riguarderà la resilienza dell’intera filiera delle costruzioni.
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